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La paura dello straniero

Roberto Di Molfetta


La paura dello straniero



Più di una volta, nel considerare la paura del diverso, la xenofobia strisciante o manifesta, che alberga nei piccoli e grandi gesti di noi italiani, mi sono trovato a sentire dentro di me questa paura come un mistero, come un enigma che tante parole spese nel definire la questione non mi avevano mai dispiegato compiutamente.
Oggi intendo scriverne con uno spunto, una riflessione che nasce come idea da riversare su queste righe: quella che vuole la paura per lo straniero in Italia come fatto principalmente sociale non ideologico. L'altro, colui che presenta caratteristiche fisiche diverse da noi, in primis, e in secondo luogo usanze e costumi differenti, non ci infastidisce tanto per questioni razziali, di tipo filosofico o speculativo sulla presunta inferiorità di altre razze, com'era nell'essenza del pensiero antisemita tedesco del Terzo Reich.
No, piuttosto nasce l'insicurezza derivante dai fenomeni migratori. L'italiano medio, di fronte ad una massiccia immigrazione di stranieri, sente che le sue certezze personali, quale appartenente al suo ceto, con cultura riconoscibile del suo tempo di crescita, vengono meno, si dissolve in un melting-pot più grande di tutti i suoi punti di riferimento, dei suoi fari culturali.
Lo spaesamento, le paure, le insicurezze derivanti da ciò lo proiettano sulla difensiva, verso un atteggiamento di rabbia, di sfida, verso chi è responsabile per questo straniamento, estraniamento per lo straniero; ecco nascere i pregiudizi, le paure, le diffidenze, la rabbia, l'odio che si può manifestare anche sotto forma di gesti razzisti, penalmente rilevanti, ma che secondo me si producono nell'alveo di una cultura non fondamentalmente razzista del nostro popolo, il cui razzismo è stato più imposto dal partito fascista a ridosso della II guerra mondiale che generato da secoli di cultura.
Non si dovrebbe generalizzare, gli stereotipi consistono anche nel considerare razzista un popolo in base ai gesti eclatanti di minoranze. Negli USA il Presidente Obama non è forse di colore, votato dalla maggioranza della popolazione statunitense nonostante vi siano sacche di estremismo razzista ?
In più c'è da dire che "lo stato di minoranza e di dipendenza economica che necessita dell’ospitalità crea regolarmente un rapporto d’inferiorità che alimenta tanti pregiudizi e stereotipi." - Manfred Beller.
In uno studio della Fondazione Intercultura, il ritratto dei giovani – studenti di liceo o di istituti professionali, veneti e emiliani, toscani e pugliesi, che la Fondazione Intercultura ha intervistato per sapere quali sono i ‘confini’ che i ragazzi tracciano tra se stessi e chiunque sia ‘diverso’, risulta che soprattutto al Nord, dove nelle scuole professionali la presenza di stranieri è cresciuta molto velocemente negli ultimi anni – molti ritengono che la presenza di immigrati in Italia sia molto più alta della realtà: anziché collocarla intorno all’8-10%, molti hanno indicato “il 30%” o “almeno 20 milioni di persone”. “Esiste un’emotività diffusa collegata a un senso di insicurezza e di pericolo – spiegano i ricercatori – che porta i giovani a indicare percentuali molto alte, quasi a sottolineare la fondatezza delle loro preoccupazioni. In generale, emerge una scarsa informazione, che diventa addirittura nulla quando si parla di diritti e doveri degli stranieri”.
Perciò se l'italiano di tutti i giorni sembra razzista, è per una questione eminentemente sociologica, piuttosto che per una cultura razzista che alberga nei nostri cuori e nelle nostre menti. Probabilmente una diffidenza verso lo straniero di siffatta natura si combatte principalmente garantendo diritti e lavoro per tutti, amalgamando le differenti culture con un senso di sicurezza esistenziale nel campo del lavoro, della salute e dei diritti.
Non basta cancellare ideologicamente il razzismo, a scuola o nei media, quel razzismo che agli italiani non appartiene profondamente.








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